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Stanze

StanzeLa Galleria Marignana Arte inaugura il 2019 con un progetto espositivo che apre al pubblico il 9 febbraio, curato da Ilaria Bignotti e Maria Savarese, che coinvolge sei artisti provenienti da culture visuali diverse e riconosciuti a livello internazionale: Mats Bergquist, Bianco Valente, Serena Fineschi, Davide Quayola, Donatella Spaziani, Marco Maria Zanin.

Selezionati in base ad una sensibilità empatica e accostati a due a due negli spazi della Galleria, le loro opere, quasi tutte inedite e alcune delle quali appositamente realizzate, innescano un dialogo che ruota attorno ai temi della memoria individuale e collettiva, della persistenza del sapere e della trasformazione dell’immagine, della resistenza dei materiali rispetto alla resilienza dei linguaggi, in un sollecitante andirivieni semantico e iconografico che interroga le categorie della storia e della cultura visuali occidentale e mediterranea.

Da qui il titolo del progetto, Stanze, che infatti suggerisce l’idea di un luogo, quello espositivo, dove l’opera consapevolmente sosta e abita e al contempo vive e respira, trasformandosi attraverso lo sguardo e l’interpretazione del fruitore, mutando essa stessa, tra persistenza e turbolenza dell’immagine, stanzialità e migrazione del suo messaggio.

La mostra, proseguendo dunque il tracciato critico segnato dalle precedenti esposizioni della Galleria, da The Hidden Dimension (febbraio-settembre 2017) a W.W.W. What Walls Want (maggio-settembre 2018), intende riflettere su come l’artista abiti lo spazio espositivo, attraverso una libera interpretazione del suo rapporto con esso, in un dialogo aperto con gli altri: al curatore, il ruolo di innescare questi cortocircuiti visuali e di senso, attraverso l’accostamento di opere appartenenti a due artisti diversi per ogni ambiente espositivo.

Al contempo, il rapporto tra persistenza e turbolenza è insito da sempre nel processo creativo e nella poetica dell’artista, diviso tra il desiderio di stanzialità ovvero riconoscibilità e affermazione della sua opera nel mondo, e la necessità innata di isolamento e metamorfosi, quali momenti privilegiati di riflessione profonda sul proprio lavoro, lontano dai meccanismi e dagli ingranaggi del sistema.

Il progetto si apre nella prima stanza della galleria con un dialogo tra Donatella Spaziani e Bianco – Valente, un incontro incentrato sul corpo come luogo di transito, interiore ed esteriore.

I lavori presentati dalla Spaziani sono tre tavole anatomiche degli anni Sessanta – Settanta, su cui l’artista ha innestato minuziosi ritagli ricavati da un carta da parati floreale: al centro, non a caso, il sistema nervoso, la parte più fragile e “pericolosa”, su cui sono inseriti piccolissimi frammenti di una carta damascata bianco – nera, per stimolare la riflessione sulla fragilità umana e sull’essere in balia di trasformazioni ed evoluzioni spesso non cercate.

Le opere di Bianco – Valente, già presentate a Palermo in occasione del progetto Terra di me a Palazzo Branciforte, sono il frutto di una serie di considerazioni su come sia cambiata l’idea di Mediterraneo nel corso dei secoli.

Anche in questo caso è stata utilizzata un'antica mappa nautica del Mediterraneo, in cui si riconosce la costa della Sicilia, quella della Tunisia e le isole di Linosa, Pantelleria e Lampedusa, facendola diventare una sorta di tatuaggio sul palmo della mano, lasciando che le linee delle rotte di navigazione si intrecciassero con le "linee del destino" che caratterizzano la mano di ogni individuo.

L'idea è che il viaggio, intrecciandosi con altre esperienze, vada inevitabilmente a modificare il proprio essere e il proprio futuro.

Contemporaneamente, attraverso la storia personale di una mediatrice culturale e di un rifugiato giunto in Italia dall'Africa Subsahariana che si sono sposati e vivono insieme a Palermo, gli artisti hanno affrontato il tema della nostra identità culturale che si è sempre basata sullo scambio e sull'interazione con le altre culture mediterranee.

Nel secondo ambiente il dialogo avviene tra Mats Bergquist e Marco Maria Zanin. Il primo, di cultura nord- europea – Bergquist è svedese – attraverso un lavoro lento e sorvegliato, sovrappone strati di materiali, quali colle, gesso, pigmenti e tecnica ad encausto su legno e in seguito su tela, ottenendo superfici concave e convesse che si installano nello spazio, creando ambienti carichi di una spiritualità che, rievocando l’antica tradizione delle icone, si trasforma in una drammatica apparizione, coinvolgente e mutevole, dove lo sguardo si appiglia al mistero monocromo, tra affioramento e sprofondamento nel mistero, tensione tra pieno e vuoto. Questa relazione tra materia e immagine, nella sua emersione da un luogo-tempo ancestrale, si riscontra e attiva nel dialogo con l’opera di Marco Maria Zanin, artista padovano che da sempre indaga il valore e il ruolo delle radici e delle tradizioni nel mondo contemporaneo, provando a tradurli nel presente attraverso il medium fotografico e composite installazioni ambientali, per restituirne la potenza non solo iconica, ma valoriale, al fruitore e all’operatore culturale di oggi. Oscillando tra due poli geografici e semantici – le aree rurali e periferiche della sua terra e alcune metropoli internazionali e iperglobalizzate, dove la tradizione e la memoria sono costantemente sottoposte a un processo di dimenticanza e messa in crisi – le opere di Zanin mescolano temporalità differenti, alla ricerca di archetipi transculturali, in un esito concettuale e metafisico. Se è evidente che in tutti gli artisti persista il problema della storia dell’arte, questo tema è puntualmente e originalmente affrontato dal terzo duetto tra Serena Fineschi e Davide Quayola. Entrambi italiani, vivono e lavorano all’estero: a Bruxelles Fineschi, Quayola a Londra. Inevitabile il loro interrogarsi, attraverso due prospettive e modalità creative differenti, sulla valenza della cultura d’origine nel nuovo territorio in cui si trovano a lavorare. Da qui le opere che sono esposte in mostra: Quayola, artista afferente ai new media, indaga nelle sue Iconographies matrici e dinamiche dei grandi capolavori della storia dell’arte, scegliendo nel pieno Rinascimento il luogo in cui compiere ricerca, per interrogare la costruzione di un sistema visivo e scardinarlo – rievocarlo attraverso l’elaborazione digitale. Fineschi da sempre, in un certo senso, lavora sul problema del rapporto con il passato, inteso anche come tradizione artistica: nel suo lavoro, si mescolano la tradizione della pittura senese con l’incontro della pittura fiamminga, che a sua volta si lega in modo imprescindibile al Rinascimento italiano.

Operando in questa dualità, per il progetto espositivo Fineschi criticamente indaga il problema del colore nel Rinascimento veneziano, campionando e aggredendo, con la sua operazione concettuale, campiture monocrome di cangiante persistenza.

Stanze prova così a visualizzare e raccontare, attraverso opere site-specific e appositamente pensate per la mostra, tali riflessioni, nella complessità linguistica dei sei artisti invitati, ciascuno dei quali afferente a un personale mondo di immagini e di pensiero.

Riflessioni che il catalogo edito per l’occasione, bilingue, proverà a puntualizzare attraverso il pensiero delle due curatrici e dei sei artisti coinvolti.

Ultima modificaVenerdì, 29 Marzo 2019 00:48
  • Data inizio: Sabato, 09 Febbraio 2019
  • Data fine: Giovedì, 11 Aprile 2019
  • Evento a pagamento: No

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